Emofilia, si chiude il cerchio

Una versione ""riveduta"" del virus Hiv viene sfruttata per trasferire nell'organismo la versione ""corretta"" del gene della coagulazione. Leggi ancora.

Emofilia

Da pericoloso nemico a risolutore di problemi: è quello che, grazie alla ricerca finanziata da Telethon, il virus Hiv potrebbe diventare per le persone affette da emofilia, malattia ereditaria dovuta al difetto in uno dei geni responsabili della coagulazione. Riparare le ferite è un compito per cui il nostro organismo è decisamente ben attrezzato: nel sangue di tutti noi esiste infatti un vero e proprio esercito in grado di promuovere la formazione di “tappi” che impediscono la fuoriuscita del sangue dai vasi sanguigni danneggiati. Nei pazienti emofilici, però, questo processo non funziona a dovere: per tutta la vita queste persone sono esposte al rischio di emorragie, anche spontanee, che se non trattate possono mettere a rischio la sopravvivenza.

Le forme principali sono la A e la B – a seconda del “fattore” (così viene chiamato l’agente responsabile della coagulazione) coinvolto – e nell’insieme, secondo il Registro nazionale delle coagulopatie congenite, colpiscono circa 4.200 persone in Italia, di cui almeno 2.000 in forma grave. I geni coinvolti sono localizzati sul cromosoma X, per cui sono essenzialmente i maschi a essere colpiti, mentre le donne sono in genere portatrici sane. A partire dagli anni Settanta l’aspettativa di vita di questi pazienti è decisamente migliorata grazie alla somministrazione periodica dei fattori mancanti ottenuti a partire dal sangue di donatori. Tuttavia, nel corso degli anni Ottanta un numero significativo di pazienti ha contratto l’Aids (il cui virus responsabile, l’Hiv, è stato identificato nel 1984) a causa di trasfusioni di sangue infetto.

Oggi grazie ai maggiori controlli e alla possibilità di ottenere i fattori della coagulazione per via industriale questo problema è risolto, ma ne sussistono altri. La terapia attuale, infatti, non solo è piuttosto impegnativa per chi è affetto dalle forme più gravi (2-3 iniezioni endovenose alla settimana, per tutta la vita), ma soprattutto può diventare inefficace a causa della formazione di anticorpi che riconoscono questi farmaci come “estranei” e di fatto ne annullano l’effetto. Ed è qui che entra in gioco il team di Luigi Naldini dell’Istituto Telethon di Milano, che ha dimostrato come la terapia genica con vettori derivati da Hiv possa offrire una soluzione sicura, efficace e duratura contro l’emofilia, grazie a un’unica iniezione effettuata nel sangue.

La tecnica sviluppata a partire dall’intuizione di Naldini, che si sta già rivelando vincente nei confronti di altre malattie genetiche, permette infatti di trasferire una versione corretta del gene difettoso attraverso una versione “riveduta e corretta” del virus Hiv, opportunamente modificata in laboratorio in modo da mantenere la capacità di entrare nelle cellule (quelle del fegato in questo caso) ma di non avere più effetti patologici. I risultati ottenuti da Naldini e dal suo team nei modelli animali sono così promettenti da aver convinto la biotech americana Biogen Idec a fare un importante investimento nello sviluppo di questa strategia terapeutica, nella speranza di offrire in futuro una cura definitiva e sostenibile, anche dal punto di vista economico.

 

Vittoria D'Inghilterra

Una malattia nobile

Anche i ricchi piangono era il titolo di una celebre telenovela messicana che ben si adatterebbe anche alla storia dei discendenti della regina Vittoria d’Inghilterra (1819-1901), molti dei quali affetti da emofilia o, meglio, dal “male regale”, come ci tramandano i documenti di allora. Diversi discendenti maschi della monarca britannica morirono infatti prematuramente a causa di emorragie improvvise, spesso provocate da incidenti banali come una semplice caduta per terra: prima Leopold, figlio di Vittoria, poi i nipoti Friedrich, Leopold e Maurice.

La consuetudine dei matrimoni tra discendenti di diverse stirpi ha poi fatto sì che la malattia si diffondesse anche nelle case regnanti europee di Germania, Spagna e Russia. Ne era affetto, tra gli altri, anche il principe Aleksej Romanov, figlio dello zar Nicola II e pronipote della regina Vittoria, che morì a soli 13 anni quando l’intera famiglia fu sterminata dai bolscevichi durante la Rivoluzione di ottobre.

E proprio i resti del giovane principe e della sorella Maria hanno permesso quasi un secolo dopo di confermare che il “male regale” era proprio l’emofilia, e più precisamente quella di tipo B. Un gruppo di scienziati dell’Università del Massachusetts (Usa), guidati dal genetista russo Eugeny Rogaev, ha infatti analizzato il Dna di alcuni frammenti ossei ottenuti dai resti dei due giovani figli dello zar, identificati soltanto negli anni Novanta. Grazie alle moderne tecniche di genetica molecolare, gli scienziati sono andati alla ricerca di eventuali mutazioni associate all’emofilia A e, non avendone trovata alcuna, hanno provato a cercare quelle responsabili della forma B, con esito questa volta positivo.

La conferma è arrivata anche dall’analisi del Dna della madre del principe Aleksei, la zarina Aleksandra, e della sorella Anastasia, risultate entrambe portatrici sane della malattia. I risultati di questo studio “retrospettivo” sono stati pubblicati su Science nel 2009, a oltre 60 anni di distanza dalla scomparsa dell’ultimo discendente della Regina Vittoria, e hanno aiutato a ricostruire la diffusione del “male regale” tra i regnanti d’Europa nel corso degli ultimi due secoli.

Articolo di Anna Maria Zaccheddu pubblicato sul N. 1 del Telethon Notizie 2015

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