Le principali argomentazioni degli animalisti e le contro-risposte degli scienziati

La sperimentazione animale non rispetta il valore universale della vita

L’uomo ha diritto di uccidere degli animali per cercare di migliorare la salute umana? La vita dell’uomo e degli animali vale allo stesso modo? Per gli animalisti estremisti questa differenza non c’è: ma si può concretamente vivere coerentemente con questa posizione? Davvero è possibile evitare completamente cibi, farmaci, vestiti, ausili, ecc che non abbiano comportato più o meno direttamente il sacrificio di animali? Soprattutto, può uno Stato tenere conto solo di una posizione così estrema nel legiferare su un tema che ha immediate ricadute sulla salute umana?

La sperimentazione animale è inutile e antiscientifica perché uomo e animali sono troppo diversi

Il presupposto della legge è che “benché sia auspicabile sostituire nelle procedure l’uso di animali vivi con altri metodi che non ne prevedano l’uso, l’impiego di animali vivi continua ad essere necessario per tutelare la salute umana e animale e l’ambiente”. Secondo gli animalisti più estremi questo non è vero, perché l’uomo e i vari animali da laboratorio sono esseri differenti e ciò che funziona o è tossico per gli uni non è detto lo sia anche per gli altri. La posizione di gran parte della comunità scientifica è che invece gli animali possano rappresentare un buon modello per studiare i meccanismi di una malattia: la scelta di un animale da laboratorio non è casuale, ma dipende dal livello di complessità di quella specie, da quanto la si conosce, da quanto sia “naturalmente” affetta dalla malattia che si sta studiando, da quanto un certo organo sia simile al suo corrispettivo umano. Per esempio, i topi condividono con l’uomo l'85% del patrimonio genetico, mentre le funzioni dei geni sono identiche (un roditore è assai probabilmente alle origini dell’albero evolutivo che ha portato all’Homo sapiens). Si stima che i modelli animali abbiano mediamente una predittività del 70%, con variazioni che vanno dal 30% della pelle al 90% del sangue. Resta un 30% di tossicità non prevista: agli scienziati spetta il compito di rendere i test in cellule più efficaci possibile, in modo da fermare la maggior parte dei progetti a questo livello e portare avanti solo quelli che hanno altissima probabilità di essere curativi per i pazienti.

Esistono metodi alternativi alla sperimentazione animale, ma non c’è la volontà di svilupparli e applicarli

La nuova direttiva si autodefinisce “un passo importante verso il conseguimento dell’obiettivo finale della completa sostituzione delle procedure su animali vivi a fini scientifici ed educativi non appena ciò sia scientificamente possibile. A tal fine, essa cerca di agevolare e di promuovere lo sviluppo di approcci alternativi”. Secondo i detrattori di questa legge i metodi alternativi (simulazioni al computer, test in vitro) sono già disponibili, secondo altri non si sta facendo abbastanza per svilupparli perché le lobby industriali premono affinché questo non avvenga. Secondo gran parte della comunità scientifica, invece, questi metodi, per quanto abbiano aiutato a ridurre il ricorso agli animali (vedi le procedure di screening di molecole al computer che permettono di fare una prima scrematura tra quelle che potrebbero diventare potenziali farmaci, oppure i moderni metodi di imaging che consentono di monitorare l’andamento di una terapia o le fasi di una malattia senza bisogno di sacrificare animali e utilizzando pochi esemplari) non sono ancora in grado di sostituirle completamente: una cellula singola non è un organismo intero, così come una simulazione non può ancora essere così sofisticata da prevedere tutte le possibili variabili con cui un organismo può reagire a un trattamento.

Gli scienziati vogliono risparmiare e ricorrono agli animali perché le alternative costano

In realtà per i centri di ricerca gli animali da laboratorio sono costosi (rappresentano la principale voce di spesa dopo i salari), impegnativi da mantenere e da trattare, implicano un coinvolgimento emotivo, richiedono di attuare lunghe procedure burocratiche per usarli… se davvero si potesse farne a meno, ci sarebbe anche un risparmio economico notevole, argomento molto sentito vista la scarsità di fondi a disposizione dei ricercatori.

Con la nuova legge si potranno impiegare in laboratorio animali randagi in modo indiscriminato

Si tratta di un elemento di facile leva sull’opinione pubblica, perché coinvolge animali da compagnia come cani e gatti: per gli animalisti è dunque molto facile strumentalizzare la comunicazione e portare immediatamente l’uditorio dalla propria parte. Ma cosa dice in realtà la legge? Riguardo ai randagi, afferma che “Gli animali randagi e selvatici delle specie domestiche non sono utilizzati nelle procedure”, salvo quando sia “essenziale disporre di studi riguardanti la salute e il benessere di tali animali o gravi minacce per l’ambiente o la salute umana o animale” oppure sia “scientificamente provato che è impossibile raggiungere lo scopo della procedura se non utilizzando un animale selvatico o randagio”.

Non è etico impiegare primati, perché sono troppo simili a noi

Vista la prossimità genetica dei primati con l’uomo e le loro competenze sociali altamente sviluppate, è indubbio che il loro impiego nelle procedure scientifiche sollevi specifici problemi etici e pratici. Secondo la legge, allo stato attuale delle conoscenze l’uso di primati non umani è ancora necessario, ma vista la delicatezza del tema il loro utilizzo richiede una procedura speciale di autorizzazione, “unicamente in settori biomedici fondamentali per gli esseri umani per i quali non sono ancora disponibili altri metodi alternativi di sostituzione. Il loro uso dovrebbe essere autorizzato solo ai fini della ricerca di base, della conservazione delle rispettive specie di primati non umani o quando i lavori, compreso lo xenotrapianto, sono svolti in relazione ad affezioni umane potenzialmente letali o in relazione a casi che abbiano un sensibile impatto sulla vita quotidiana della persona, ossia affezioni debilitanti”.

La sperimentazione arreca inutili sofferenze agli animali da esperimento

La legge afferma che “la scelta dei metodi assicuri la selezione del metodo in grado di fornire i risultati più soddisfacenti causando il minor dolore, sofferenza o angoscia possibile. I metodi selezionati dovrebbero usare il minor numero possibile di animali per fornire risultati affidabili e ricorrere all'uso di specie con la minore capacità di provare dolore, angoscia, sofferenza o danno prolungato”. Inoltre la legge impone di “fissare un limite massimo di dolore, sofferenza e angoscia per gli animali al di là del quale gli animali non dovrebbero essere soggetti nelle procedure scientifiche”. Per quanto riguarda invece il riutilizzo degli animali da esperimento, la legge lo consente soltanto se “l’effettiva gravità delle procedure precedenti era lieve o moderata” e se “è dimostrato che è stato pienamente ripristinato il benessere e lo stato di salute generale dell’animale”.