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Cos'è e come si manifesta la mucopolisaccaridosi di tipo 1?

La mucopolisaccaridosi di tipo 1 è una rara malattia caratterizzata dall’accumulo nei lisosomi (organuli cellulari deputati alla degradazione di varie molecole) di due sostanze appartenenti al gruppo dei glicosaminoglicani: il dermatansolfato e l’eparansolfato. Esistono tre varianti della malattia di gravità differente.  la  (più lieve) e la sindrome di Hurler-Scheie (intermedia). La forma grave è detta anche sindrome di Hurler ed esordisce in genere entro i 2 anni di età. I sintomi principali sono difetti di crescita, deformità scheletriche, insufficienza cardiaca, malfunzionamento di fegato e milza, deficit cognitivi, ma possono manifestarsi anche opacità della cornea, bassa statura, ernie. La morte può avvenire prima dell’adolescenza per complicazioni cardiovascolari e respiratorie. La forma lieve è detta anche sindrome di Scheie e si manifesta di solito in età giovane-adulta, con sintomi caratteristici quali modeste alterazioni scheletriche, rigidità articolare, opacità corneale, anomalie valvolari dell’aorta, paresi spastica causata da compressione del midollo spinale cervicale. In questi casi non ci sono segni di deficit cognitivo e l’aspettativa di vita è normale o solo leggermente ridotta. Esiste infine una forma intermedia (detta perciò di Hurler-Scheie) in cui i pazienti affetti hanno intelligenza normale o quasi normale, ma presentano handicap fisici di grado variabile.

Come si trasmette la mucopolisaccaridosi di tipo 1?

La malattia è causata da mutazioni del gene IDUA, codificante per l’alfa-L-iduronidasi, enzima coinvolto nella degradazione dei glicosaminoglicani. La trasmissione avviene con modalità autosomica recessiva: i genitori sono portatori sani della mutazione, mentre ciascun figlio della coppia ha il 25% di probabilità di essere malato. 

Come avviene la diagnosi della mucopolisaccaridosi di tipo 1?

La prima diagnosi si basa sul riscontro di un aumento dei livelli di eparansolfato e dermatansolfato nelle urine ed è confermata dalla misurazione dell'attività dell'enzima alfa-L-iduronidasi nel sangue o in alcune cellule del paziente (in particolare cellule del sangue o della pelle). È inoltre disponibile l’analisi genetica, con ricerca di mutazioni nel gene IDUA. Nelle gravidanze da coppie in cui sia stato già identificato il difetto genetico nei genitori è possibile effettuare la diagnosi prenatale mediante villocentesi o amniocentesi. Più la diagnosi è preoce, maggiori sono le probabilità che gli interventi terapeutici disponibili siano efficaci: per questo sono già in corso anche in Italia studi pilota per lo screening neonatale di questa patologia.

Quali sono le possibilità di cura attualmente disponibili per la mucopolisaccaridosi di tipo 1?

Per la forma più grave, l'unica opzione terapeutica disponibile è rappresentata dal trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche (provenienti cioè dal midollo osseo o dal sangue del cordone ombelicale di un donatore sano), purchè effettuato precocemente, entro i due anni di vita. Il trapianto è in grado di stabilizzare la progressione della malattia, ma è solo parzialmente efficace a livello di deformità ossee e deficit cognitivo. Da alcuni anni è disponibile la terapia enzimatica sostitutiva, che si basa sull’infusione settimanale dell’enzima carente e può migliorare la funzionalità cardiaca e l'organomegalia (aumentata dimensione degli organi interni). Tuttvia la terapia enzimatica non corregge i problemi neurologici e ortopedici delel forme più gravi, per le quali le linee guida raccomandano il trapianto di midollo allogenico. Per queste forme una possibile opportunità è rappresentata dalla terapia genica, ovvero dalla correzione delle cellule staminali ematopoietiche del paziente stesso tramite un virus opportunamente modificato contenente il gene terapeutico. Presso l'Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica di Milano è in corso uno studio clinico in pazienti affetti dalla sindrome di Hurler per valutare sicurezza ed efficacia di questo nuovo trattamento che permetterebbe innanzitutto di ovviare alla mancata disponibilità di un donatore, ma anche potenzialmente di superare gli effetti positivi del trapianto.

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