Per le mamme ci metto la faccia

Per le mamme ci metto la faccia

Raffaella Di Micco, ricercatrice, è uno dei tre volti della campagna di piazza di Fondazione Telethon “Io per lei” del 4 e 5 maggio

Storie

Alzare sempre di più l’asticella. Non esiste limite che la scienza non possa e non debba tentare di oltrepassare. Raffaella Di Micco la pensa così. Lo dimostra la tenacia con cui ha perseguito i suoi obiettivi professionali e la profonda conoscenza del campo dove si gioca la partita della lotta alle malattie genetiche. Napoletana doc ma cittadina del mondo per “volontà” della ricerca, classe 1980, oggi la sua casa è l’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica di Milano anche se, come tiene a ribadire, l’intuizione scientifica le scatta spesso mentre è impegnata in tutt’altra attività.

Raffaella, che ha svolto il post-doc alla New York University per cinque anni, è quella che si suol definire “un cervello di ritorno”. Ha scelto l’Italia non solo perché è la sua terra d’origine, ma perché, come spiega con chiarezza «confrontato con tante altre opportunità sparse per l’Europa, l’SR-Tiget mi dava la possibilità di coniugare la ricerca di base all’applicazione clinica degli esiti dei percorsi di ricerca». Oggi Raffaella ha una missione in più da affrontare. Il suo volto e la sua determinazione avranno il compito di parlare del suo impegno scientifico attraverso le immagini e i messaggi della campagna di Fondazione Telethon “Io per lei”. Saranno anche i suoi occhi a regalare alle mamme “rare” una porzione di speranza in più rispetto alla prospettiva che dai banconi dei laboratori gli avanzamenti della ricerca scientifica si trasformino presto in terapie per i loro figli.

Nel cuore di Raffaella convivono tante sensazioni - di orgoglio, sorpresa e senso di responsabilità - per questa nuova avventura. «Partecipare a questa campagna mi ha portato fuori dal mio laboratorio e che mi ha offerto la possibilità di toccare con mano, per l’ennesima volta, la sofferenza ma anche la forza di chi con la malattia deve fare i conti tutti i giorni. Anche per me vale lo stesso principio, ma su un versante diverso della barricata». La ricerca è percorsa da un filo rosa. Nei centri di ricerca la quota di donne è elevata, a differenza di altre categorie professionali. E anche questa campagna è declinata al femminile, perché nelle donne «alberga una componente di audacia che le rende uniche e combattive, sempre». In Raffaella la passione per la ricerca è nata dietro ai banchi di scuola, grazie all’influenza positiva di un professore di chimica illuminato. Una scintilla che l’accompagna da sempre. Lei è una group leader dell’SR-Tiget: nel 2016 ha costituito il suo nucleo agguerrito di scienziati con cui quotidianamente cerca nuove soluzioni per garantire un viaggio sempre più lungo a tanti pazienti, soprattutto bambini, che attendono una terapia. In particolare, il suo gruppo si occupa di studiare i meccanismi di regolazione della senescenza delle cellule ematopoietiche, l’invecchiamento delle cellule che danno origine ai vari elementi del sangue, sia durante processi fisiologici come l’avanzare dell’età, sia in condizioni di stress e danno al Dna. Ogni giorno mette “alla prova” le cellule per capire come potranno reagire una volta chiamate a sconfiggere “il mostro”.
«Il nostro compito - spiega Raffaella - è fare in modo che tutto avvenga sempre nella piena sicurezza ed efficacia, controllando che non succeda nulla di dannoso a queste cellule, o che alcune di esse possano rispondere alla situazione di stress a cui vengono sottoposte interrompendo la propria funzionalità, pregiudicando così gli effetti del possibile intervento terapeutico».

Nessuna incertezza incrina la fiducia che Raffaella riconosce alla competenza di chi insieme a lei lavora ogni giorno per combattere queste terribili malattie. Questo suo atteggiamento graniticamente ottimistico ben si sposa alla filosofia della campagna: «Io, mamma Alessandra e Katia che è volontaria della Fondazione, rappresentiamo tre forze che si uniscono e si scambiano cariche di energia affinché lo scoraggiamento non possa mai prevalere sulla fiducia». Non esiste forse immagine migliore per comprendere il senso della campagna di raccolta fondi “Io per lei” e rispondere all’appello delle mamme rare.

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