Fibrosi cistica: Luis Galietta lavora allo sviluppo di un farmaco

Fibrosi cistica: Luis Galietta lavora allo sviluppo di un farmaco

Il ricercatore del Tigem racconta le strategie messe in campo per battere questa grave malattia genetica rara

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È una sorta di Tenente Colombo in camice bianco: stanare il colpevole e fare quindi giustizia. Luis Galietta agisce nel suo laboratorio, al Gaslini di Genova prima, e ora all’Istituto Telethon di Genetica e Medicina Tigem di Pozzuoli, a Napoli. Il suo caso da risolvere è una malattia genetica rara che può compromettere gravemente la vita, soprattutto quando colpisce l’apparato respiratorio. Il sorvegliato speciale è un gene, che se mutato innesca la produzione difettosa di una proteina causando così la fibrosi cistica. Il suo fare giustizia equivale a capire perché tutto questo accade e trovare un modo per correggere il danno. «In particolare – spiega – il mio obiettivo è trovare farmaci in grado di ripristinare l’attività della proteina mutata».

Alcuni indizi raccolti finora sono inequivocabili. Il gene in questione è CFTR. Se contiene una mutazione (finora sono state identificate circa 2.000 possibili mutazioni - raggruppabili in 5 classi a seconda della perdita di funzione che innescano), viene alterata la produzione della proteina CFTR che di conseguenza non funziona come dovrebbe. «La sua funzione principale è regolare i flussi idrosalini per mantenere umide le mucose di diversi organi: polmoni, pancreas, fegato, apparato riproduttivo». Le complicanze peggiori si verificano a livello polmonare: se la proteina è alterata, il muco che normalmente mantiene umidificate le vie respiratorie diventa molto denso e così ristagna, favorendo la proliferazione di batteri. Inizialmente i pazienti vanno incontro a infezioni intermittenti, poi le infezioni diventano croniche, con danni seri e irreversibili ai polmoni.

«Per arrestare l’azione della proteina mutata si può agire su due fronti: individuare farmaci capaci di risvegliare dal torpore la proteina alterata e ripristinare la funzione persa, oppure addestrando altre proteine a compensare il deficit». Per quanto riguarda la prima strategia, ci sono già alcuni farmaci che agiscono in tale direzione, ma sono efficaci soltanto su alcune mutazioni associate alla fibrosi cistica. «In laboratorio stiamo studiando allora le reazioni della proteina impazzita a diversi composti, per scovare altri farmaci utili. Perché di fatto non esiste il farmaco universale per tutti i pazienti con fibrosi cistica: diverse mutazioni del gene compromettono in modo diverso la funzionalità della proteina e di conseguenza bisogna trovare il farmaco giusto per ciascuna delle cinque classi di mutazione». Altrimenti si può cercare di convincere altre proteine a farsi carico della “défaillance” della “collega”. «Noi abbiamo individuato una potenziale candidata, ora dobbiamo trovare il farmaco che la addestri opportunamente». Ci sono poi in ballo altre proteine che peggiorano la situazione: «in questo caso quindi bisogna trovare un farmaco che le disattivi».

Dal 1989, anno in cui è stato scoperto il gene responsabile della fibrosi cistica ne è stata fatta di strada, anche se ancora non esiste una cura risolutiva. Ma il cerchio si sta sempre più stringendo e anche grazie al lavoro di Galietta. Un’intera carriera dedicata alla fibrosi cistica, un lavoro pioneristico finalizzato a trovare composti in grado di agire sulla causa originaria della malattia. Ora sta lavorando allo sviluppo di un farmaco in grado di intervenire sul difetto di base della forma più comune di fibrosi cistica, dovuta alla mutazione F508del. E per portare avanti questa missione, «è fondamentale il contributo di tutti, nella consapevolezza che tutto ciò che riusciamo a scoprire per mettere all’angolo questa malattia può rivelarsi utile anche per altre malattie, genetiche e non. Ogni nuovo traguardo raggiunto per indebolire l’azione devastante della malattia sull’apparato respiratorio può, per esempio, essere rilevante anche per malattie respiratorie molto più diffuse come l’asma. Perché i risultati della ricerca scientifica non hanno confini».

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